Perché anche l’ira tra i vizi capitali? E perché, invece, Giuseppe Giusti, tra il serio e il faceto, l’avrebbe messa —
se ben ricordo — niente meno che «tra
i sacramenti»? Un po’ d’ordine non nuoce.
La lista dei vizi capitali ha un perché.
Per Platone — Fedro, Repubblica
e Timeo, specialmente —
l’anima umana ha tre aspetti:
quello razionale che dovrebbe regolare tutto, come l’auriga guida i cavalli. Nell’anima i “cavalli” sono due: c’è una parte oscura, la brama, con parola più tecnica “concupiscenza” (epithymia) nell’ambito degli “appetiti”; c’è la parte luminosa, nel campo delle “repulsioni”,
lo “sdegno” (thymòs) o irascibilità.
Se vi s’installa un’abitudine cattiva, tale per il cattivo uso, ossia l’abuso, nel caso l’eccesso dello sdegno, vizio non è l’irascibilità in sé, in latino ira, ma l’iracondia, ossia la smania di vendetta col far del male, la libidine di vendicarsi, nel senso comune della parola (Agostino). Insomma, dall’irascibilità di Platone vengono fuori non solo l’ira o meglio iracondia, ma anche l’accidia e l’invidia.
Dal desiderio di avere deriva l’avarizia, intesa come avidità, da quello di piacere gola e lussuria, da quello di potere la superbia, talora considerata un oscuramento dell’intelletto, divenuto guida cieca. Perciò, già in Platone e poi sopratutto in Aristotele (Etica a Nicomaco lI, 7 llO8ab; III, 11,3 1116b) fino a s. Tommaso (Il male 12) e a Dante (Purgatorio XV-XVII), forse anche nella non banale buffonata del Giusti, si distingue tra lo sdegno come tendenza, impulso naturale, e il suo uso o esercizio, che può essere espresso in modo giusto o sbagliato, debito o indebito, buono o cattivo nei fini e nei mezzi.
In questo secondo caso l’irascibilità (ira) diventa peccaminosa e viziosa, iracondia (ira mala) che, per odio, nel suo desiderio di distruzione, mira a produrre danno, nutrendosi di invidia che è un guardare di mal occhio. Le osservazioni di Aristotele sono state apprezzate dai cristiani. In fondo, che uomo sarebbe uno che non sa sdegnarsi di fronte all’ingiustizia? Metterebbe a rischio la sua umanità.
E significativa, anche se di sapore filosofico, l’aggiunta dell’avverbio «a vanvera» nel testo del discorso della montagna come lo leggiamo in s. Basilio nella sua predica Contro gli iracondi (1: PG 31,353. cfr. 353-372): «Chi si adira col fratello “a vanvera”, sarà sottoposto al giudizio» (Mt 5,25).
Altri filosofi dell’antichità, gli stoici, intendevano piuttosto estirpare, sradicare ogni ribollimento fin dai suoi primi impulsi. Sulla loro scia, Seneca e Plutarco, stoici peraltro di assai larga osservanza, nelle loro trattazioni sull’ira si soffermano sulla fenomenologia dell’iracondo.
La valutazione morale è implicita, ma immediata, come nei nostri modi di dire: far andare il sangue al cervello, avere il fumo al naso, perdere il lume degli occhi, andare in bestia, ringhiare come un cane arrabbiato. E l’avvio per un trionfo di irrazionalità, fino all’irreparabile, l’omicidio, fino al non ritorno, tra umani la guerra, tra cristiani lo scisma.
Certo, s. Basilio introduce un certo razionalismo morale nel suo testo evangelico con la limitazione imposta dall’avverbio «a vanvera», ma non intende affatto offrire speciosi motivi per «curare il male col male» nella vendetta, dove, paradossalmente, chi vince perde (Contro gli iracondi 1.3).
Al contrario, assumendo argomentazioni dagli antichi, propone rimedi pratici per superare l’ira: immaginarsi allo specchio in quella “breve follia” nello stesso tempo tremendi e ridicoli; tacere, il benedetto mordersi la lingua in quel momento, e, come retroterra, il ricordare esempi e coltivare pensieri di mitezza, bontà, perdono.
Comunque, non mira a metter su una collezione di modelli lontani o di generici valori, ma induce a lasciarsi plasmare dalla grazia di Cristo. Tanto più che Gesù indica felicità e pienezza di vita nella “mansuetudine” di “chi fa la pace”, beatitudini (Mt 5,5.7.9) con cui s. Basilio (Contro gli iracondi 7), come Dante (Purgatorio XVII, 68-69), suggellano
il loro trattare di ira.