Consideriamo adesso tre modi particolari in cui il rito antico è adeguato al Santo Sacrificio del Calvario, cioè:
la posizione del celebrante,
l’uso del latino
e il silenzio.
Questi tre elementi sono stati oggetto
di critica da parte di coloro che non amano questo rito.
Il primo elemento viene criticato
con frasi come: «Il prete dà le spalle
ai fedeli». La risposta semplice a questo
è: «Il prete dà la faccia a Dio».
Abbiamo visto che la santa Messa
è il Sacrificio del Calvario.
Questo sacrificio, nelle parole di San Giovanni della Croce, è il Sacrificio
di Dio, da Dio, a Dio: è il Sacrificio che nostro Signore Gesù Cristo fa di se stesso
a Dio Padre. Durante la Santa Messa
il celebrante (nella persona di Cristo) offre questo Sacrificio a Dio realmente presente nel tabernacolo e rappresentato in croce.
Non offre il sacrificio al popolo, ma con
il popolo e per il popolo, come significa anche la parola liturgia, che significa “l’opera (ergon) per il popolo (laos)”
e questo spiega la posizione del celebrante che sta a capo del popolo rivolto come loro
e con loro verso Iddio.
Criticare questa posizione del celebrante è come criticare un avvocato che non sta
di fronte ai suoi clienti nel tribunale.
Sarebbe una critica assurda,
perché l’avvocato deve presentare
il suo caso al giudice per i suoi clienti, e dunque deve essere rivolto al giudice come i suoi clienti e con i suoi clienti che si trovano quindi dietro di lui.
Il secondo elemento, l’uso del latino, viene criticato con frasi come: «Nessuno capisce
il latino».
La risposta a questo è che, in realtà, alcuni lo capiscono, e molti capiscono almeno qualche elemento, come le preghiere, Gloria in excelsis Deo, Agnus Dei; e tuttavia ci sono libretti con traduzioni per aiutarci a capire, e ci sono stati sempre. E’ pur vero che il latino esige un certo sforzo per i fedeli, ma ci sono buoni motivi per fare questo sforzo.
Un primo motivo sarebbe che il latino è una lingua sacra, maggiormente adeguata al Santo sacrificio della Messa che è un’opera di Dio che trascende assolutamente tutte le cose di questo mondo;
un secondo motivo è che il latino è una lingua immutabile, e perciò conviene al Santo Sacrificio che è anch’esso immutabile e reso presente nella sua forma identica con ogni celebrazione della Messa;
un terzo motivo è che il latino è una lingua tradizionale che ci unisce con la Santa Messa come fu celebrata nel corso dei secoli;
un quarto motivo è che il latino
è una lingua universale per tutti coloro che pregano secondo il rito romano,proprio come il sacrificio del calvario è un sacrificio universale: per tutti gli uomini –
almeno per tutti gli uomini
che vogliono accettarlo.
Fino a poco tempo fa un fedele poteva
andare a Messa in qualsiasi paese del mondo: Polonia, Cina, Olanda, Germania ecc. e mediante questo rito essere unito agli altri cattolici presenti, ed essere accolto
nel seno consolante della madre Chiesa.
Infatti in quanto il latino è tradizionale e universale può unire tutti i cattolici di rito romano di tutte le nazioni e di tutte le epoche. Il latino è una lingua sacra, immutabile, tradizionale e universale, e per questo è più adeguato al Sacrificio della Messa, così come lo è alla Chiesa e al Cattolicesimo.
Si può aggiungere che rigettare il latino dalla Messa significa rigettare anche la più bella musica del mondo, la quale fu scritta per la Chiesa:
il canto gregoriano e le opere di
musica dei più grandi compositori classici sono stati banditi dalla Chiesa e profanati,
confinandoli nelle sale da concerto e negli studi di registrazione.
Ci si può chiedere se la critica della posizione del celebrante e del latino non contenga qualcosa di egocentrico: «Io voglio che il celebrante si indirizzi a me e voglio capire subito».
Perché nella Santa Messa non si abbassa qualcosa a livello dell’uomo,
ma ci si innalza a livello di Dio;
non si rimane rinchiusi nella propria umanità, ma si esce da se
stessi verso la divinità;
non ci si appropria,
ma si dà di se stessi;
non si domina, ma ci si
umilia davanti alla maestà infinita
di Dio.
Non si tratta tanto di conoscere,
quanto di amare.