Sarebbe fuorviante interpretare
secondo la solita e riduttiva dialettica
tra progressisti e reazionari, tra pre
e post Concilio.
Ma il principale segnale che il Papa
sta lanciando attraverso il Summorum Pontificum consiste nel ribadire che
il centro della liturgia è Cristo e l’atteggiamento prevalente di clero
e fedeli deve essere l’adorazione.
Tutto ciò implica, anche per via liturgica, la sconfessione di un’errata interpretazione del Concilio Vaticano II all’insegna della rottura e della novità a tutti i costi invece
che come rinnovamento nella continuità.
Vessillo di quella cattiva ermeneutica
è il ripudio verso quanto abbiamo ricevuto dal passato, la frenesia di innovazioni anche dottrinali, e uno sperimentalismo liturgico che secondo tanti preti sarebbe quasi obbligatorio dopo il Concilio Vaticano II.
Peccato che i testi conciliari non abbiano mai previsto lo stravolgimento della dottrina e del culto che è stato attuato, pertanto, del tutto arbitrariamente.
Dunque ,visto l'interesse suscitato
in questi ultimi anni dalla diatriba sul Messale Antico, è opportuno offrire ai lettori uno strumento ben noto, ma sempre utile e capace di suscitare nuove riflessioni.
Mi riferisco al "Breve esame critico sul Novus Ordo" presentata sottoforma di supplica dai Cardinali Bacci e Ottaviani
a Sua Santità Papa Paolo VI il
25 settembre 1969.
Queste note ancor oggi di fondamentale importanza, chiariscono insperatamente le ragioni al centro del dibattito emerso nella distinzione fra
il Carattere Sacrificale dell'Eucaristia preservato dal Rito Antico
e l'accentuazione dell'aspetto "comunitario"
del Novus Ordo.
(Chiaramente come afferma l'art.1 del "Summorum Pontificum": "Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” (“legge della preghiera”) della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da S. Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella “lex credendi” (“legge della fede”) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano)."
Nondimeno essendo le differenze
a dar senso alle cose è fondamentale soffermarsi su alcuni aspetti liturgici propri di entrambi i "due usi dell'unico rito romano" le cui risonanze non mancano di incidere anche sull'arte sacra, sull'organizzazione degli spazi sacri, sul ruolo del sacerdote, su quello dell'assemblea, e sulla stessa radice teologica dell'atto rituale.