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12 Febbraio 2010

Il film dell’ex allieva delle suore
che spegne le luci
 

Di Vittorio Messori,
Il Corriere della sera 12 febbraio 2010

La prospettiva di Jessica Hausner nel suo Lourdes è dichiarata subito, sin dalla scena iniziale, con l'inquadratura dall'alto della sala da pranzo per i pellegrini.

Nessuna finestra, ma una luce
artificiale fioca, su un ambiente claustrofobico: nero il pavimento,
nere le pareti cui sono appesi
crocifissi neri, nere le gonne
e i pantaloni del personale,
neri i mantelli delle hospitalières
con la croce di Malta,
nere le divise dei Cavalieri dell'Ordine,
neri i clergyman dei preti.

A quei tavoli funerei prende posto, in silenzio, una turba da corte dei miracoli
di nani, paralitici, cancerosi,
assistiti da volontari tanto formalmente educati quanto distratti o perplessi
(«che ci faccio, qui?»),vivi solo nello scambio di sguardi tra ragazze col velo
e giovanotti col basco.

Poca, pochissima
luce in tutto il film, la cui cifra cromatica è il plumbeo: nuvole nere nel cielo persino nelle pochissime scene all'aperto. Anche la benedizione eucaristica del pomeriggio - l'appuntamento quotidiano più amato
dai pellegrini, assieme alla processione notturna con le fiaccole - non è
girata, come è nel vero, sulla grande, luminosa Esplanade che fronteggia
i tre santuari sovrapposti.

No, la Hausner ha scelto di ambientarla nell'enorme chiesa sotterranea,
dove non penetra alcuna luce.
Poca luce pure per la lugubre festicciola finale. E buia, ovviamente, l
a scena topica della guarigione - miracolosa o casuale che sia -
della tetraplegica venuta a Lourdes
non per fede, ma per sfuggire dalla casa dove il male la imprigiona.

Credo abbia visto bene la UAAR, «Unione degli atei e degli agnostici razionalisti» nell'attribuire a questo film il suo beffardo premio intitolato a Brian, dal nome di una dissacrante pellicola su Gesù.
Dicono, questi atei organizzati,
che l'opera della Hausner potrà aiutare
a perdere la fede «chi no n è ancora approdato a una visione disincantata e scettica».

Pure la Massoneria ha espresso il suo apprezzamento.

Che dire, allora, del premio attribuito dagli uomini di cinema cattolici, riuniti in
un'associazione riconosciuta ufficialmente dalla Santa Sede? Che dire della diocesi milanese che ha deciso di sponsorizzare quest'opera, diffondendola nelle parrocchie?

Verrebbe in mente quanto mi disse un Umberto Eco ironicamente deluso, quando analoghi premi cattolici (uno, addirittura dalla Loyola University, l'ateneo dei gesuiti americani) furono attribuiti al film tratto dal suo «il nome della rosa»: «Io ho faticato per fare un libro radicalmente agnostico se non ateo, sperando di suscitare un dibattito infuocato. E invece no, ‘sti preti mi fregano, applaudendomi e riempiendomi di premi.

Quasi quasi ho nostalgia dei bei, vecchi tempi della Santa Inquisizione. Quei tosti domenicani erano meno noiosi del frate e del sagrestano "adulti" che acclamano il miscredente».Ma sì, sarebbe facile sorridere del masochismo clericale, cui peraltro siamo ormai rassegnati. Qui,
però, occorre forse riconoscere delle attenuanti. In effetti, a una prima lettura il film della regista austriaca (la solita ex cattolica: l'Occidente ne è ormai pieno) pare accattivante per i devoti.

Non c'è nulla dell'anticlericalismo di un Emile Zola che si intrufolò, da anonimo, nel Pellegrinaggio Nazionale francese e ne trasse il suo fazioso romanzo, dove tutto inizia, per lui, da «une pauvre
idiote», (da una povera idiota), da una piccola isterica chiamata Bernardette. Nulla, qui, delle invettive delle Logge ottocentesche, che chiedevano la chiusura manu militari di Lourdes «per
abuso della credulità pubblica», nonché per «ragioni igieniche».

Il vecchio mangìapretismo vociferante ha fatto posto, nella Hausner, a un ateismo radicale, ma politically correct. E una simile negazione della fede - durissima nei contenuti, ma molto soft nei modi - può avere depistato i clericali entusiasti. L'ateismo, peraltro onestamente dichiarato nelle interviste, non sta tanto nella
barzelletta del capo dei Cavalieri hospitaliers (la Madonna che vuole andare a Lourdes, perché non vi è mai stata), battuta un po' blasfema che svela l'incredulità di quei volontari.

Non sta tanto nei dubbi dei pellegrini, nel loro spiarsi invidiosi, ciascuno temendo che il vicino di stanza sia guarito e lui no. E non sta neppure in quei cappellani che, alle domande dei malati, replicano con slogan, quasi fossero distributori automatici di risposte apologetiche.
No, l'ateismo radicale del film sta nell'annuncio che il Cristianesimo è morto, perché proprio la cartina di tornasole di Lourdes rivela che sono morte le tre virtù teologali che lo sorreggevano:
morta la Fede, morta la Speranza, morta anche la Carità, malgrado le apparenze di chi, come i volontari, sembra esercitarla.

Ma per amore di sé, non dei bisognosi. Per sfuggire alla noia, per trovare un senso o un marito, più che per aiutare il prossimo.Papa Giovanni definì Lourdes, che molto amava, «una finestra che si è spalancata all'improvviso, mostrandoci il Cielo». La Hausner, quella finestra la chiude: da qui, la mancanza di luce, il senso dioppressione, la claustrofobia, il nero che segnano tutta la sua pellicola.

Quel Cielo di Roncalli è
ormai sbarrato, uccidendo la Speranza. L'esplo sione gioiosa dell'alba della Risurrezione è rimossa a favore di una routine devozionale grigia, noiosa, segretamente ipocrita. Ma è sul serio così? Chi ha esperienza vera di Lourdes sa (e non è retorica) che questo è il regno del dolore ma anche della gioia; della disperazione e della speranza; del dubbio e della fede; dell'egoismo di mercanti, osti,
professionisti dell'assistenza e della generosità di infiniti anonimi.

Un impasto contraddittorio,
certo, ma pieno di vita e plasmato, malgrado tutto, da una fede tenace, che non si arrende. Vi sono talvolta nubi, sui Pirenei. Ma, ancor più spesso, vi splende un sole caldo. La Hausner ha le sue
ragioni, cui va il nostro rispetto. Ma, attorno alla Grotta - quella vera, non quella della ex allieva delle suore che ha perso la fede - c'è un braciere che continua ad ardere, simboleggiato dalle mille
candele accese giorno e notte,
da 150 anni.

Non c'è il cero ormai spento, o solo fumigante, che vorrebbe questo film, tanto eccellente nella tecnica quanto unilaterale ne i contenuti.