Non appena, nella vita religiosa, emerge la parola tacere, se ne associa abitualmente un'altra: raccoglimento.
Il tacere è superamento del chiasso e della verbosità; il raccoglimento è vittoria sulla dissipazione e sull'irrequietezza. Il tacere denota il silenzio nell'uomo che è atto a parlare.
Il raccoglimento è l'unità vitale in un'esistenza piena di forze, protesa all'azione, contesa da ogni parte dalle cose del mondo e tirata dentro nella rete degli avvenimenti.
Il raccoglimento non è meno importante del tacere, - anzi uno sguardo attento riconosce che l'uno non può fare a meno dell'altro.
Che cosa significa dunque il raccoglimento?
Abitualmente l'attenzione umana dell'uomo divaga tra le cose e gli uomini che gli stanno intorno, come cacciata fuori dall'uomo e tirata in mille direzioni diverse dalla molteplicità dei fenomeni. Il suo animo non ha pace.
Il suo sentimento si aggrappa ad oggetti effimeri. La sua avidità è incalzata da una cosa all'altra. La sua volontà ha continuamente intenzioni che la spingono innanzi, sovente parecchie nello stesso tempo. E' aizzato, distratto e in contraddizione con se stesso.
A tutto questo contrasta il raccoglimento. Esso leva via l'attenzione dalle sue mille inezie e riduce lo spirito, in se stesso, a unità.
Libera il sentimento dalla molteplicità delle cose che lo allettano, e lo porta a orientarsi semplicemente verso ciò
che conta.
Richiama l'anima, che scorazza coi suoi pensieri, corre coi suoi desideri da un oggetto all'altro, getta a non finire intenzioni e piani, la richiama in sé, e la guida in profondità.
Tutto coopera a rendere inquieto l'uomo.
I fenomeni naturali sono stupendi e desiderabili: lo attraggono e lo avvincono. Ma sono per l'appunto naturali ed hanno per ciò stesso anche qualche cosa che concilia la pace e il raccoglimento.
Così dicasi ancora di ciò che intesse la vita umana: incontri e destino, lavoro e gioia, malattie e disgrazie, vita e morte.
Tutto questo impegna l'uomo, lo sazia
e lo opprime; può conferirgli però anche serietà e prestigio.
Ciò che è realmente fatale sono il disordine e il formalismo della vita contemporanea.
A questa scuola l'uomo è incessantemente aggredito da impressioni violente e sregolate, forti e superficiali a un tempo, tali da logorarsi in fretta per essere tosto risospinte da altre, senza alcuna misura e senza vera coesione.
L'una intralcia l'altra, la turba, la contraddice. Dappertutto l'uomo è colpito da impressioni che, mentre lo ingannano, lo convincono. Tutto è " réclame " e tenta di indurlo a cose che egli, in fondo, non vuole affatto e delle quali, a ogni modo, non ha effettivamente bisogno.
Il suo sentimento è costantemente distolto da ciò che è importante e profondo per rivolgersi a ciò che è interessante, a ciò che eccita e scuote.
Né questo stato di cose domina solo intorno all'uomo, ma è anche in lui stesso. L'uomo non ha ormai più né profondità né equilibrio; vive di ciò che è appariscente e casuale. Non trova nulla di sostanziale in se stesso; così va in cerca di allettamenti e di sensazioni, ne gode, ne viene a nausea, si sente nuovamente vuoto e ha bisogno di novità.
Ciò che gli si offre incessantemente dai mezzi sempre più vasti del notiziario, dei servizí di comunicazione e d'informazione, dei rapporti sociali - prende al volo, ma in realtà non elabora. In breve, sa di tutto, ha per tutto il suo " slogan " e passa ad altro.
E' interiormente vuoto e lo va coprendo mediante un'attività perennemente inquieta. Non si sente bene che nel trambusto, nel chiasso, in realizzazioni e successi effimeri; non appena intorno a lui le cose accennano a placarsi, non vede l'ora di riprender da capo.
Questo stato di cose si fa sentire dappertutto, anche sul terreno religioso,
nel servizio divino, nella santa messa.
Si nota allora un nervosismo costante.
Si guarda in giro; senza un vero e proprio motivo, ora ci si inginocchia, ora ci si mette a sedere, ora ci si alza; adesso con un pretesto, poi con un altro; chi tosse, chi cincischia, chi si rassetta gli abiti.
E quand'anche il contegno esterno rimane corretto, si sente l'irrequietezza interiore dal modo di cantare e di parlare, di leggere e di ascoltare, da tutto il comportamento. Gli uomini non sono veramente lì, non sono realmente impegnati nell'azione che compiono, non occupano in modo vitale tempo e spazio: non sono raccolti.
Raccoglimento denota quindi di più
del semplice evitare qualche cosa o del serbarsi libero dell'uomo da impressioni ed occupazioni distraenti; il raccoglimento è qualche cosa in se stesso.
E' la vita nella sua profondità e forza. Naturalmente la vita si applicherà sempre a una molteplicità di cose e di eventi, ma questo dev'essere compensato da una corrente opposta.
Pensiamo al moto del respiro.
Ha due direzioni: verso l'esterno e verso l'interno. Vita si attua in questo come in quello. Ognuno è vita, nessuno è la vita. Se il vivente dovesse respirare unicamente dall'interno verso l'esterno ne soffocherebbe, né più né meno di quanto avverrebbe se dovesse unicamente in-spirare.
Ecco: il raccoglimento è l'in-spirazione dell'uomo spirituale. Così egli si toglie dalla distrazione, verso l'interno, verso il profondo, verso il centro.
Soltanto l'uomo raccolto
è veramente qualcuno.
Soltanto a lui si può realmente appellare,
ed egli solo ha facoltà di rispondere.
Egli solo è realmente sensibile a ciò
che la vita porta.
Unicamente l'uomo raccolto è vigilante.
Non solo nel senso esteriore, che egli sa afferrare cose e precipitarsi sopra un vantaggio: questa vigilanza ce l'hanno pure la formica e l'uccello. Ma la vigilanza interiore: il sapere ciò che conta, la capacità di assumere decisioni con responsabilità, la vitalità del sentimento e la disposizione alla vita.
Solo col raccoglimento diviene possibile
la liturgia. Non proviene gran che dal parlare di testi sacri, di simboli pieni di significato e di rinnovamento di vita liturgica, se mancano i presupposti fondamentali del prendere le cose sul serio: con questi metodi anche la liturgia non si riduce che a qualche cosa di interessante, a una moda per la quale ci si entusiasma un momento per lasciarla poi cadere di nuovo.
Ai presupposti fondamentali per poter porre realmente degli atti liturgici appartiene il raccoglimento dell'animo. Il quale raccoglimento non sorge però da sé, ma - come il tacere - ha bisogno di essere voluto ed esercitato.
Prima di tutto bisogna arrivare in chiesa per tempo, se ci si vuol mettere interiormente in ordine. Cerchiamo una buona volta di renderci conto in che stato siamo quando valichiamo la soglia della chiesa; in che irrequietezza, in che disordine e - bisogna pur dirlo - in che abbandono.
Strettamente inteso, in quel momento non siamo ancora affatto una reale personalità; per lo meno non siamo ancora uno cui Dio potrebbe rivolgere la parola, e che a sua volta sarebbe in grado di rispondere a Dio, ma un groviglio di sentimenti, di fantasie, di pensieri e di piani che vanno e vengono.
La prima cosa da farsi è quindi
ridursi in pace.
E' necessario che noi siamo realmente presenti. Dobbiamo raccogliere i nostri pensieri e l'animo nostro: " Adesso sono qui; non ho da fare nient'altro che prendere parte alla cerimonia sacra; per il momento questo è solo importante, e ce la metto tutta ".
Basta provarcisi per rendersi conto di quanto si è dissipati. I pensieri vengono distratti in tutti i sensi: agli uomini con i quali abbiamo a che fare, ai familiari, agli amici, ai nemici; al lavoro del proprio stato; alle preoccupazioni di casa; alle circostanze della vita sociale; a impegni personali e a mille altre cose.
Così bisogna riprenderli sempre da capo, rendersi presenti sempre da capo a qualche cosa di nuovo - e, notando quanto è difficile entrare in se stessi, non va detto che non c'è senso a farlo, ma che bisogna farlo senza ritardo.
Ma poi, è anche semplicemente possibile?
Non è forse destino dell'uomo rimanere in balìa delle impressioni del mondo esterno, delle agitazioni del sentimento, delle brame dell'istinto?
Qui siamo alla nota discriminante: alla differenza tra l'uomo e il bruto. Il bruto è così rilassato e schiavo - esso ha però, diciamolo subito, una protezione nell'ordine interno dei propri istinti.
Del bruto non possiamo dire, a rigor di termini, che sia distratto. Nel senso in cui impiegammo questa parola, il bruto non e né distratto né raccolto: è come dev'essere, secondo la sua natura, per poter esistere, e per ciò stesso è in ordine.
Soltanto l'uomo può essere distratto,
perché qualche cosa in lui, il suo spirito, trascende la pura natura fisica.
Lo spirito ha potere di volgersi al mondo e di perdersi in esso; lo stesso spirito ha però anche potere di vincere la distrazione e arrivare al raccoglimento.
In esso vi è qualche cosa di misterioso, che contiene dell'eternità.
La vera pace e il vero raccoglimento è infatti l'eternità.
Tempo è instabilità e distrazione;
eternità è pace e unità.
Non inazione o tedio. Così parla lo stolto.
Eternità è pienezza di vita, ma nella forma della pace. E qualche cosa di eterno è nel nostro intimo. Lo possiamo forse denominare con il bel nome che si trova nei maestri di spirito: abisso dell'anima o vetta dello spirito. Là esso appare come la pace degli abissi e dell'intimità; qui come la pace delle altezze e di ciò che è sacro. Questo è in me, ed io ci posso contare.
Con questo aiuto ho potere di svincolarmi dalla caccia forzata (che è la vita); eliminare ciò che non è al suo posto; farmi in me stesso silenzioso ed uno, cosicché al levarsi della chiamata di Dio io sia realmente uno che può rispondere: " O Signore, eccomi a te ".
Tratto dal libro "Il testamento di Gesù" di Romano Guardini - Vita e Pensiero