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Cosa vuol dire et ne nos inducas?
(non indurci in tentazione?)

La parola greca tradotta con ne inducas è una voce del verbo vuol dire fare entrare dentro, introdurre.

Cosa significa questo?

Innanzi tutto, con il Padre nostro, noi non chiediamo di non essere tentati.

Sappiamo infatti che questo è impossibile; anzi, tanto quanto vorremo servire il Signore, tanto più saremo messi alla prova.

La Scrittura parla chiaro: “Perché tu eri accetto a Dio, bisognava che ti provasse la tentazione” (Tb 12, 13 Vg).

Altrettanto affermano i Padri:
“La nostra vita in questo luogo di esilio non può essere senza tentazione, perché il nostro avanzamento avviene soltanto per la tentazione.

Nessuno può arrivare a conoscere
se stesso finché non è tentato,
né essere coronato senza aver vinto.

Né vince senza combattimento; né può combattere senza che vi siano nemici e tentazioni (S. Agostino, In Psalm. LX)”.

E San Leone Magno afferma:
“Non si danno opere di virtù senza
le prove della tentazione, né fede senza agitazioni, né lotta senza avversari,
né vittoria senza combattimento.
Se vogliamo trionfare dobbiamo venire alla lotta (Serm. I, de Quadrag.)”.

Se dunque non si può chiedere di non essere tentati, dovremo chiedere di vincere nella tentazione;

e come si consegue questa vittoria? Non entrando nella trappola diabolica (la tentazione), rimanendo nell’amore di Gesù Cristo (Cf. Gv 15).

Chi cede alla tentazione cessa di rimanere in Dio (cf 1 Gv 4,15), e dimora nell’atmosfera diabolica:
la tentazione è la porta aperta per uscire dagli atri del Signore
(Ps 83, 2 Vg.) per ritrovarsi in un paese lontano (Lc 15,13).

“Per me un giorno nei tuoi atri è più che mille altrove, stare sulla soglia della casa del mio Dio è meglio che abitare nelle tende degli empi” (Ps 84,11).

Peccare significa entrare, attraverso la porta della tentazione, in uno stato di vita lontano dal Signore, le tende degli empi.

Allora tutto ciò significa, forse, che con la VI domanda del Padre nostro, chiediamo al Signore di non indurci
a lasciare il suo amore, la dimora in Lui, e che non ci faccia entrare nella dimora degli empi?

3 – Il sostrato semitico.

Con questa spiegazione, l’espressione et ne nos inducas in tentationem potrebbe essere un’occasione di scandalo ancora più pericolosa, perché sembrerebbe che Dio stesso ci possa spingere a entrare nel peccato.

A questo punto ci viene in aiuto la grammatica ebraica e aramaica.

Non dobbiamo dimenticare infatti che Gesù ha insegnato il Padre nostro non certo in greco, ma – e qui ci sono varie ipotesi – o in ebraico (nella lingua colta dei farisei: cf. At 21,40; oppure nella lingua degli esseni di Qumram), o in aramaico (la lingua parlata in Palestina ai tempi di Gesù).

Ebbene, in ebraico esiste la forma causativa, per cui, con una sola parola si esprime ciò che in italiano o latino si esprime con una perifrasi.

Provo a spiegare con un esempio: attivo: mangiare; passivo: essere mangiato, riflessivo: mangiarsi; causativo attivo: fare mangiare; in ebraico fare mangiare si esprime con una parola sola, con una coniugazione particolare (detta Hiphil).

Questa forma, al negativo, si trova ad avere due possibilità di traduzione, determinate esclusivamente dal contesto. La particella negativa (’al = non) può negare o la causalità stessa
o l’azione causata.

Non ci indurre (<= lat. et ne nos inducas)traduce l’ebraico ’al tebî’ênu (אל תביאנו o forme aramaiche analoghe)

’al = non

tebî’ênu = facci entrare

’al tebî’ênu può essere tradotto con:

a) non farci entrare (nella tentazione): qui viene negata la causalità.

b) fa sì che non entriamo (nella tentazione): qui viene negata l’azione causata.

Tra gli studiosi che sostengono la traduzione b, troviamo Johannes Heller (1901), Jean Carmignac (1969, 1971) (“garde-nous de consentir a la tentation”): quest’ultimo offre un lungo elenco di altri autori che interpretano, pur implicitamente, in questo senso; ne riporto alcuni: Eliseo Armeno (450), Riccardo di San Vittore (tra il 1153 e il 1162), Innocenzo III (1195), T.H Robinson (1928), M. Zerwick (1953).

4 – Confronto tra le due opzioni

Se confrontiamo la proposta di Heller e di Carmignac (fa’ sì che non entriamo nella tentazione) con la nuova traduzione della CEI
(non abbandonarci alla tentazione), possiamo vedere cha la prima è più corretta e presenta due vantaggi:

1) Viene dichiarata una causalità divina positiva: Signore, agisci, fa’ sì che;
al contrario, non abbandonarci richiama in modo più tenue l’azione divina, quasi che Dio venga richiamato da uno stato di non azione.

2) Viene meglio espressa la teologia
e la dinamica psicologica della tentazione: l’uomo è - di fatto – necessariamente tentato.

Il demonio non può obbligare al peccato, può solo costruire una trappola; allora chiediamo:

Fa sì o Signore che io non entri colà dove il demonio mi apre le porte.

Al contrario, non abbandonarci alla tentazione non è una traduzione, ma una interpretazione: purtroppo viene dichiarato testo sacro ciò che – al più – potrebbe essere detto in una nota esplicativa.

Conclusione

Cosa ha fatto l’evangelista nel tradurre in greco le parole di Gesù pronunciate in una lingua semitica (ebraico o aramaico)?

È rimasto umile, non ha voluto dare una sua spiegazione per l’uomo di quell’epoca, ma ha tradotto letteralmente parola per parola, per rimanere il più vicino possibile al verbo stesso del Salvatore, o a quella versione del Padre nostro che veniva già usata nella liturgia Eucaristica in età apostolica (Cf. la Didaché).

In poche parole non ha confuso la traduzione della Parola di Dio o di un testo liturgico con la catechesi.

Si potrebbe obiettare che era più facile per un greco che viveva in ambiente palestinese recuperare il senso del negativo causativo, di quanto non possa fare l’uomo di oggi.

Al che rispondo: all’uomo di oggi si possono dare spiegazioni; e se proprio si vuole cambiare un testo con la sua parafrasi, si dia almeno la parafrasi giusta.

Fonte>rinascimentosacro.org