Alcuni pensano, o hanno l’impressione
che il Concilio Vaticano II abbia scoraggiato l’uso del latino nella liturgia.
Non è così.
Appena prima di aprire il Concilio,
il beato Papa Giovanni XXIII nel 1962 scrisse una Costituzione apostolica, per insistere sull’uso del latino nella Chiesa.
Il Concilio Vaticano II, sebbene abbia ammesso un certa introduzione della lingua volgare, insistette sul posto del latino:
“L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini (Sacrosanctum Concilum, 36).
Il Concilio richiese anche ai seminaristi
di “acquistare quella conoscenza della lingua latina che è necessaria per comprendere
e utilizzare le fonti di tante scienze e i documenti della Chiesa
(Optatam Totius, 13).
Il Codice di Diritto Canonico pubblicato nel1983 decreta: “La celebrazione eucaristica venga compiuta in lingua latina o in altra lingua, purché i testi liturgici siano stati legittimamente approvati” (Canone 928).
Coloro quindi che vogliono dare l’impressione che la Chiesa abbia voluto togliere il latino dalla liturgia si sbagliano.
Una manifestazione dell’accettazione della liturgia latina ben celebrata da parte delle persone si è avuta a livello mondiale nell’aprile 2005, quando milioni di persone seguirono in televisione le esequie di Papa Giovanni Paolo II e, due settimane dopo, la Messa d’insediamento di Papa Benedetto XVI.
E’ importante il fatto che i giovani accettino volentieri la Messa celebrata
a volte in latino.
Certo i problemi non mancano.
Ci sono anche dei malintesi o degli approcci sbagliati da parte dei sacerdoti sull’uso del latino.
Ma per meglio centrare la questione,
è necessario prima esaminare l’uso del vernacolo nella liturgia di rito romano oggi.
Fonte>www.unavox.it/