Delineato a sufficienza il “trauma” ecclesiale determinato dalla abolizione forzata delle forme tradizionali, rimane da esaminare nel dettaglio i principali elementi che le parole del Papa chiamano “deformazioni arbitrarie della liturgia” intervenute in quegli anni.
Vi è in primo luogo il fattore estetico
e artistico. È noto come nei secoli la Chiesa abbia tributato culto a Dio anche tramite l’impiego delle migliori e più magnifiche forme di espressione artistica, non accontentandosi delle esistenti, ma suscitando dal suo interno continuamente nuovi stili di espressione del bello e del sublime.
Durante l’ultimo mezzo secolo
(con consistenti anticipi anteriori) si è invece manifestata all’interno della Chiesa l’opposta tendenza alla semplificazione delle forme estetiche, all’insegna della “povertà” del culto, nella presupposizione che il “trionfalismo” delle forme artistiche, figurative, architettoniche e sonore, non farebbe che ricoprire e falsare la vera natura della liturgia.
Ora, per Benedetto XVI “«l'abbandono della bellezza» si è dimostrato, alla prova dei fatti, un motivo di sconfitta pastorale” (Rapporto sulla fede, p. 132).
Il testo continua: “È divenuto
sempre più percepibile il pauroso impoverimento che si manifesta dove
si scaccia la bellezza e ci si assoggetta solo all'utile.
L'esperienza ha mostrato come
il ripiegamento sull'unica categoria
del «comprensibile a tutti» non ha reso le liturgie davvero più comprensibili,
più aperte, ma solo più povere.
Liturgia «semplice» non significa misera o a buon mercato: c'è la semplicità che viene dal banale e quella che deriva dalla ricchezza spirituale, culturale, storica”.
Per quanto il Papa abbia dedicato
pagine notevoli alla iconografia e alla architettura religiosa, è soprattutto la musica sacra che attira la sua attenzione come insostituibile veicolo di reale partecipazione liturgica.
Il testo citato sopra continua: “Si è messa da parte la grande musica della Chiesa in nome della «partecipazione attiva»: ma questa «partecipazione» non può forse significare anche il percepire con lo spirito, con i sensi?
Non c'è proprio nulla di «attivo» nell'ascoltare, nell'intuire,
nel commuoversi?
Non c'è qui un rimpicciolire l'uomo,
un ridurlo alla sola espressione orale, proprio quando sappiamo che ciò che
vi è in noi di razionalmente cosciente
ed emerge alla superficie è soltanto la punta di un iceberg rispetto a ciò che è la nostra totalità?
Chiedersi questo non significa certo opporsi allo sforzo per far cantare tutto il popolo, opporsi alla «musica d'uso»: significa opporsi a un esclusivismo
(solo quella musica) che non è giustificato né dal Concilio né dalle necessità pastorali”.
E ancora: “Una Chiesa che si riduca solo a fare della musica «corrente» cade nell'inetto e diviene essa stessa inetta.
La Chiesa ha il dovere di essere anche «città della gloria», luogo dove sono raccolte e portate all'orecchio di Dio le voci più profonde dell'umanità.
La Chiesa non può appagarsi del solo ordinario, del solo usuale: deve ridestare la voce del Cosmo, glorificando
il Creatore e svelando al Cosmo stesso
la sua magnificenza, rendendolo bello, abitabile, umano”.
Del prof. Davide Ventura. Da:
L'eco dell'eremo della Beata Vergine
del Soccorso - Minucciano.